ROBERTO DAOLIO
catalogo della mostra tenutasi a Casa Giorgione
Le indicazioni pratiche e operative di questo scorcio finale degli anni Ottanta sembrano sempre più avvalersi, soprattutto da parte delle ultimissime generazioni, di una sorta di generica utilizzazione di moduli, se non di veri e propri "modelli", neo-minimali e neo-geometrici. Assunti, a volte, senza alcun approfondimento o verifica sulle ragioni storiche e teoriche di un passato recente, letto come lontano e velato dall'urgenza di una reazione a tutto ciò che solo ieri si esaltava e magnificava universalmente. Al grande magma della citazione generalizzata e non filtrata dal sottile apporto
di intelligenza critica, richiesto e reso necessario ed indispensabile dalla condizione postmoderna, si continuano ad accostare confusi prelievi non dichiarati nel tentativo di evitare gli oneri e gli impegni di eredità linguistiche ed espressive sempre più difficili da salvaguardare per un impegno nuovamente produttivo.
Non è questo il caso di Vinicio Momoli e, in particolare, dei lavori più recenti presentati per l'occasione con l'approfondimento di una serie di rapporti spazio-ambientali, del tutto in sintonia con le esigenze di una riflessione tematica e "formale". A dispetto dell'evidente ed importante esaltazione ed indagine dei cosiddetti valori-di-superficie, peraltro già affrontati in passato attraverso il candido rigore monocromatico di nitide scansioni texturali, sempre interrotte e lacerate da uno strappo o da una slabbratura,
Momoli si avvicina ora anche all'autonoma consistenza volumetrica e, di conseguenza, ad un nuovo impatto spaziale e ad una corporeità come affermazione di un evento pieno, fisico e da equilibrare nelle dimensioni senza rinunciare ai contrasti e alle "qualità" di una materia sensibile alle variazioni luminose. Il nero, a cui Momoli si affida, non è "un nulla senza possibilità", "un nulla morto dopo l'estinguersi del sole" di kandiskyana memoria... e, nemmeno, un "nero" sordo, cupo, privo di "sonorità" ed "estinto".
Al contrario è e diventa una condizione in qualche modo attiva per esaltare un concertato di differenze e di variazioni. Sia che venga assorbito dal legno come sfondo levigato, piatto e uniforme, sia che venga lasciato vibrare e quasi fremere di riflessi, quando emerge dalla plasticità dell'impasto come svelamento e scoperta dell'intreccio metallico portante. Sia ancora quando viene accostato e avvicinato ad una banda rossa, a sottolineare la pura essenza "pittorica" di un contrasto teso a modificare il dato
percettivo. Ad isolarlo pur nell'insieme e, al tempo stesso, a scandire e a ritmare uno scarto, una differenza, che si offre come possibilità di relazione e come accesa ed ardente ridondanza. A questo punto è facile avvertire il senso di una ricerca che non vuole consumarsi nel freddo geometrismo
delle contrapposizioni o degli accostamenti variamente modulati in una economia compositiva necessaria ma non indispensabile.
Il rigore di Momoli si evidenzia e si manifesta forse al suo massimo grado nella doppia anima del suo lavoro. Da un lato la piena e consapevole aderenza formale alle superfici quasi integre ma trattate, levigate e "annerite" come piani o sfondi da annullare in una profondità oscura e tenebrosa.
dall'altro, la sovrapposizione-integrazione materica di una sostanza sensibile, coprente, decisa a sfrangiarsi ai bordi e a corrodere il silenzioso assetto portante del supporto. Sino, a volte, ad ergersi nel "doppio" quasi speculare di un frammento, di un brandello figurale esibito in un sapiente
equilibrio di valori plastici ben delineati e appena scalfiti dal fitto reticolo di affioramenti e di textures "lumeggiati" di grafite.
In questo senso bidimensionalità e tridimensionalità evitano una generica cristallizzazione e si scambiano e mutuano le rispettive qualità in un rapporto stabile e destinato a modificare le direzioni, gli accenti e i valori di assenza e di presenza, di vuoto e di pieno, di superficie sfondo e di aggetto plastico. Nel sostenere con convinzione una "frontalità" ostentata ed esibita nei tratti sensibili delle variazioni luminose, Momoli assume e declina il dato fenomenico nell'ordine di un flusso continuo, ininterrotto. Come se la controllata fisicità degli spessori e delle "carature", modulati sulla serialità degli intrecci, potessero animarsi e proliferare oltre i limiti concreti e condizionanti di un formato.
Non si può negare come una ridda di riferimenti
o di "citazioni", più o meno codificate dall'intransigenza del nostro tempo, possa essere estesa ed applicata alle "variabili indipendenti" di tutto il lavoro di Momoli (sempre tuttavia con le attente e dovute cautele di cui si diceva all'inizio). Proprio perché i fin troppo facili accostamenti a
Burri da un lato e a Castellani o a Fontana dall'altro, possono intervenire ad egemonizzare e a dare credito ad una ipotesi di lettura univoca e, forse, lontana dal libero "disincanto" nel quale amiamo riconoscerci.
Roberto Daolio
Catalogo della mostra tenutasi a Casa Giorgione,
Castelfranco Veneto, (Treviso) 1989